Stanno vincendo loro

“Scusa se ti racconto tutto così di getto, ma parlare finalmente con qualcuno mi fa tornare a respirare”. Non sono passati più di dieci minuti dal momento in cui si è scatenato il panico, fulmineo e tuttora senza un perchè, sulla piazza gremita di tifosi. Alto, spalle larghe, una maglietta nera e un paio di jeans slabbrati – non so dire se da sempre o da pochi minuti – il ragazzo che mi sta davanti ha il volto bonario e il tono istintivamente gioviale dei toscani. Ma dal suo sorriso non trapela un velo di serenità, solo tutto il sollievo del pericolo scampato.

Sopra di noi la voce del telecronista gracchia ancora dai lati del maxischermo, ma di vedere la partita, a quel punto, nessuno ha davvero più voglia, e non per il risultato ormai deciso. Nella piazza ritrovatasi semi-deserta nel giro di un pugno di minuti, mi ero avvicinato a lui soltanto per segnalargli che pochi metri più indietro, davanti all’unica ambulanza disponibile al momento all’imbocco della piazza, quel poco di personale della Croce Rossa sul posto medica alla bell’e meglio chi ha bisogno di cure. Ma capisco in fretta che la ferita sotto al ginocchio è l’ultimo dei pensieri del tifoso toscano: gl’interessa di più esorcizzare subito quella che gli si sta piantando nella testa. Ha perso di vista gli amici con cui stava seguendo la partita, come quasi tutti nella piazza, e ha bisogno di raccontare tutto – le urla, il panico, la caduta, l’incredulità – a qualcuno, anche se nessuno ha capito davvero cosa sia successo.

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Contrordine compagni / vol. 2 – Tre consigli non richiesti più uno al rottamatore di Francia

Su una cosa, se non altro, i due contendenti alla poltrona presidenziale francese sono d’accordo: quello di domenica prossima sarà “un voto storico“. Difficile dar loro torto: dopo il clamoroso voltafaccia degli inglesi all’Ue dello scorso anno, è evidente pure ai bambini che nelle urne francesi si gioca un bel pezzo del destino del continente.

La scelta, in effetti, è piuttosto chiara – considerato che neppure un romanziere avrebbe potuto tratteggiare due personaggi tanto agli antipodi, nella storia personale così come nel prontuario di ricette per guarire i mali della Francia: da un lato il ritorno ad una logica nazionale, col possibile abbandono dell’euro se non dell’Unione tout court e la reintroduzione di dazi e frontiere contro prodotti e lavoratori stranieri. Dall’altro un rilancio del progetto d’integrazione europea ed una nuova politica di riforme per rendere la Francia più dinamica e moderna per affrontare degnamente le sfide della globalizzazione.

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Scelta di campo chiara ma, come spesso accade nelle campagne elettorali, con tanti punti di domanda per quanto riguarda l’attuazione concrete di molte parole d’ordine al momento del dunque. E’ il caso – come si ricordava su questo blog all’indomani del primo turno delle presidenziali – delle bandiere europee sventolanti al comizio della vittoria (parziale) di Macron, ed a tutte le sue precedenti iniziative. Tutto molto bello, come avrebbe detto Bruno Pizzul. Ma in che modo esattamente il rottamatore d’Oltralpe pensa di ridare slancio alla construction européenne di cui è tanto innamorato?

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Contrordine compagni: l’Europa non è morta

Quando si è presentato di fronte ad una folla osannante e alle telecamere di mezzo mondo, con l’aria un po’ sbruffona di chi ha appena finito di consultare Google Maps per controllare quanto dista di preciso l’Eliseo da casa, Emmanuel Macron avrebbe potuto dire più o meno qualsiasi cosa: i suoi sostenitori erano in visibilio da ormai due ore, la botta d’adrenalina tenuta alta dall’assordante disco music dell’attesa, ed avrebbero applaudito pure la lettura della lista della spesa.

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Ma è stata un singola espressione, nell’eloquio già quasi da uomo di Stato del “rottamatore” di Francia, a scatenare più d’ogni altro l’entusiasmo irrefrenabile dei tifosi di En Marche: la riflessione del neo-favorito alla Presidenza francese sulla necessità di dare nuovo slancio alla construction européenne. Il semplice riferimento a tale idea, già indicata senza reticenze nel corso della campagna elettorale, è bastato per far esplodere di gioia gli irriducibili macronisti – come a liberare tutto d’un tratto da una patina lugubre di tabù l’entusiasmo genuino per l’idea d’Europa.

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Germania, sei mesi al voto: se la sorpresa è la stabilità

Nell’Europa dilaniata dal dilemma della Brexit e spaventata dai partiti xenofobi, c’è un Paese che si avvia alla campagna elettorale con la quasi certezza del successo dei due partiti tradizionali. È la Germania, leader del blocco continentale chiamata alle urne il prossimo 24 settembre. Tra la cancelliera uscente Angela Merkel e l’”uomo nuovo” Martin Schulz, la battaglia si preannuncia serrata ma, stando ai sondaggi delle ultime settimane, l’esito quasi scontato: una netta affermazione della Grosse Koalition uscente Cdu-Spd. L’accordo fra le due principali forze nel Bundestag si profila come uno degli scenari più probabili, dato il sistema elettorale di tipo proporzionale.

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La Francia e il terrore del terrore, a un mese dal voto

Splendeva il sole, in anticipo sulla primavera astronomica, sul finesettimana di mezza Europa. Non così per la Francia. Fitte nubi sono tornate ad addensarsi nelle ultime ore su Parigi, e non sono solo quelle del meteo.

Le indagini sul lungo agguato che ha tenuto sotto scacco per tutta la mattinata di sabato l’aeroporto di Orly e la zona sud della capitale, pur senza provocare fortunatamente vittime o feriti, sono solo ai primi passi. Ma il tema della minaccia terroristica è tornato prepotentemente al centro dell’attenzione pubblica, in Francia ed oltre. Lo stato d’emergenza permane nel Paese dal giorno degli attacchi del Bataclan – quasi un anno e mezzo fa – ed i servizi confermano lo stato di massima allerta per il timore di nuove azioni da parte di individui radicalizzati, isolati o in rete. Ad un mese dall’appuntamento cruciale delle elezioni presidenziali – fatti tutti gli scongiuri del caso – la domanda non è più eludibile. Che cosa succederebbe se, magari a pochi giorni dal voto, un nuovo attacco terroristico dovesse sconvolgere la Francia?

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Goodbye Oslo. Trump ha davvero seppellito il processo di pace?

“Una risata vi seppellirà” – provocavano allegri gli studenti del Maggio francese riecheggiando i versi di Michail Bakunin. E lo stesso devono aver pensato relativamente alle aspirazioni nazionali dei palestinesi i leader della destra israeliana più oltranzista ascoltando ebbri di gioia il loro Primo Ministro, Benjamin Netanyahu, accogliere ridendo di gusto la Dichiarazione di Donald Trump, quella con la D maiuscola.

Quella con la quale il neo-Presidente americano, il più platealmente vicino alle ragioni dello Stato ebraico degli ultimi decenni, ha di fatto certificato la morte del Processo di Oslo, l’iter diplomatico avviato nel 1993 con l’intento di arrivare a termine ad una soluzione del conflitto tra israeliani e palestinesi sulla base del principio “due popoli due Stati”.

Così, per lo meno, i maggiori media internazionali hanno interpretato le parole pesanti come macigni pronunciate da The Donald nel corso di una conferenza stampa tenuta insieme all’omologo israeliano in visita di Stato alla Casa Bianca.

“Pietra tombale sulla pace” – secondo l’Unità; “cambiamento di linea su Israele” per il Corriere, soltanto per citare le aperture della mattina di due grandi quotidiani italiani. Ma il discorso di Trump ha davvero seppellito ogni residua speranza di pace tra israeliani e palestinesi?

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L’accerchiamento dell’Europa? Gli 883 avevano previsto tutto, 24 anni fa

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Chi l’avrebbe mai detto, che anche a noi europei sarebbe capitato – e dopo neppure così tanti anni di attesa – di vivere sulla nostra pelle la sindrome da accerchiamento? Si pensava, noi generazioni nate al calduccio del dopoguerra, che una tale, inspiegabile fobia potesse colpire soltanto Paesi “strani”, sotto sotto un po’ militaristi, come Russia o Israele. Non certo noi europei, che la guerra l’abbiamo ripudiata, espulsa dal continente, per sempre (?), e di Difesa non avremmo neppure più bisogno.

Brutto e difficile risvegliarsi dal sogno (meraviglioso ed estremamente convincente, ma tale) che nulla sia dato per scontato ed afferrato una volta per tutte, nella Storia: certamente non la stabilità politica, quanto mai minacciata, ma neppure la Pace tanto faticosamente costruita, nel medio termine. Nè le istituzioni che ci siamo dati.

Mai, prima d’ora, era stato così duro, esplicito e concentrico l’attacco alle istituzioni dell’Europa unita. Esplicito, sì, non da ieri. Duro, a tratti. Concentrico, davvero mai. Tanto che forse il modo migliore per spiegare la portata di tutto ciò è facendo ricorso al sottile filo conduttore della Musica con la M maiuscola. Quella degli 883.

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