Diciassette anni dopo, il trionfo dei no global. Da destra.

“Making globalization work”. La globalizzazione, con qualche sano aggiustamento e un po’ di buona volontà, funzionerà. Era quanto argomentava un decennio fa esatto il Premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz in un saggio di straordinario successo in tutto il mondo.

Era il 2006, e la proposta di una “regolamentazione” politica della globalizzazione per redistribuire più giustamente la ricchezza e tenere in conto le preoccupazioni per l’ambiente sembrava spegnere definitivamente la forza propulsiva del movimento no-global. Una mobilitazione trans-nazionale dal basso che era stata per anni in grado di portare in piazza milioni di persone – a partire dalla manifestazione di protesta di Seattle del 1999 – attorno allo slogan chiave della lotta contro la globalizzazione.

Niente di più falso. O meglio, niente di più vero. Il movimento no global che conoscevamo, animato in maniera preponderante da associazioni, leaders e parole chiave di sinistra, si è di fatto estinto.

Ma il cuore del suo messaggio – l’avversione alla libertà di commercio su scala globale – si è mantenuto ben vivo, trasformato, ed è tornato ad “esplodere” più che forte che mai.

Oggi la vittoria di Donald Trump alle elezioni americane segna il suo trionfo.

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E’ quel messaggio chiave – la solidarietà alle sofferenze dell’americano medio di fronte alla concorrenza dei prodotti cinesi o dei lavoratori messicani – che ha trafitto al cuore, in primis, gli elettori ed ha generato la valanga-Trump, ancora una volta intravista e prevista da pochissimi.

Sarà sufficiente abbinare il nuovo 9/11 americano al referendum inglese a favore della Brexit dello scorso 23 giugno – per tacere di altri risultati elettorali sorprendenti in diversi Paesi europei negli ultimi mesi – per trarre finalmente la lezione più significativa sul piano politico.

La divisione dell’0fferta politica tra destra e sinistra è definitivamente tramontata.

Esiste ancora, sia chiaro, nella selezione di temi e valori tipici che continueranno a distinguere i contendenti in Occidente per qualche tempo. Ma non è più la frontiera-chiave che separa le proposte politiche, in Europa come in America.

Sostituita dalla nuova sfida di questi decenni, quella tra i vincenti della mondializzazione – le classi “global” che ne hanno beneficiato – ed i perdenti: quell’enorme platea di lavoratori e non-lavoratori che da questo processo non ha avuto altro che frustrazioni, o quanto meno ciò percepisce.

Nessuna nuova seria proposta politica dopo oggi, ci pare, potrà fare a meno di ripartire da questa semplice considerazione.

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