Da paria d’Europa a leader del mondo libero, la parabola della Germania è compiuta?

In genere al presidente degli Stati Uniti ci si riferisce come a “leader del mondo libero” e di rado senza ironia. Sono tentato di dire che questo appellativo oggi lo merita Angela Merkel.

Le parole dello storico ed analista Timothy Garton Ash scolpiscono sulla schiena della Cancelliera tedesca uno di quei fardelli leggeri leggeri da portare.

charlieMa all’indomani del trionfo di Donald Trump negli USA e di fronte al dilagare nel Vecchio Continente del virus neo-nazionalista, quanto meno in senso di allontanamento sempre più marcato dall’idea d’integrazione europea, il prof di Oxford non è l’unico a vedere nella Germania l’ultimo baluardo dell’ordine democratico.

Ne hanno parlato già nei giorni seguenti il voto americano diversi giornali tedeschi, a cominciare dall’Hannoversche Allgemeine Zeitung, sul tema si sono espressi scrittori ed intellettuali dei più vari orientamenti, e lo ha scritto senza mezzi termini lo stesso New York Times per bocca dell’editorialista Carol Giacomo. Per tutti o quasi l’indicazione, più o meno volontaria, del nuovo possibile ruolo di guida delle democrazie occidentali da parte della Germania emergeva con tutta evidenza dalle parole usate dalla Cancelliera Angela Merkel nel messaggio di congratulazioni, tutt’altro che scontato, inviato al neo-eletto Presidente americano:

La Germania e l’America sono legate dai valori di democrazia, libertà e rispetto dello Stato di diritto e della dignità dell’uomo, indipendentemente dalle origini, dal colore della pelle, dalla religione, dal genere, dall’orientamento sessuale o politico.

Offro al prossimo Presidente degli Stati Uniti una stretta collaborazione sulla base di questi valori.

A buon intenditor, poche parole.

E se i gesti in politica hanno un significato, il testimone ad Angela sembra averlo passato idealmente lo stesso Barack Obama, che ha scelto di chiudere a Berlino il suo ultimo viaggio europeo da Presidente USA, omaggiando la Cancelleria come la “più stretta alleata” della Casa Bianca degli ultimi otto anni e promettendole il suo voto virtuale nelle prossime elezioni tedesche.

Un assist raccolto pochi giorni dopo dalla leader della CDU che ha colto l’occasione per annunciare formalmente la sua intenzione di ricandidarsi per la quarta volta alla guida del Paese nelle elezioni di ottobre 2017, proiettando virtualmente un’ulteriore garanzia di stabilità politica ed economica sulla Germania dei prossimi quattro anni.

Nel dare l’annuncio, a dire il vero, la signora Merkel si è schernita, dichiarando in riferimento a voci tanto ingombranti che «nessuno può determinare la direzione del mondo da solo, nemmeno il cancelliere tedesco».

merkel

E tuttavia le aspettative sulla Cancelliera che potrebbe eguagliare il suo padre politico Helmut Kohl raggiungendo i sedici anni di governo e sulla Germania nel suo insieme come punto di riferimento del blocco occidentale-democratico sono obiettivamente altissime dopo l'”abbandono volontario” di tale terreno da parte di Gran Bretagna e Stati Uniti nel giro di una manciata di mesi, per espressa volontà popolare.

Pare compiersi in tal modo definitivamente la parabola secolare di un Paese transitato nel giro di cento anni letteralmente dalle stalle alle stelle quanto alla sua posizione nella comunità internazionale. Dagli abissi sempre più infernali della volontà egemonica sul continente, interpretata prima dalle mire espansionistiche di Guglielmo II, poi dalla lucida follia totalitarista del Terzo Reich, i tedeschi hanno in fondo impiegato sette decenni a riabilitarsi del tutto. Nessuno, soltanto venticinque anni fa, avrebbe potuto obiettivamente anche solo pensare ad un serio dibattito nell’opinione pubblica occidentale su di un nuovo ruolo di guida “civile” del mondo libero da parte della Germania.

Dopo un lungo e tormentato cammino di divisione interna, ed un delicato processo di riunificazione, la Germania è invece emersa sempre più chiaramente, forte del suo solido sistema economico, come il vero e proprio perno fondamentale dell’Unione Europea, non lasciando alla Francia, in affanno economico e sociale e da ultimo falcidiata dal terrorismo, che il ricordo sbiadito di quello che fu, ai tempi d’oro dell’intesa tra Kohl e Mitterrand, il “motore franco-tedesco” dell’Unione.

Fino a rendere plausibile e reale, oggi, il discorso esplicito di Garton Ash e quello simbolico di Barack Obama.

Resta tuttavia del tutto da capire, da un lato, se la Germania vorrà davvero prendere su di sé, con tutta la consapevolezza, la forza e la responsabilità che ciò comporta, tale ruolo; dall’altro, se i Paesi europei nella cui memoria collettiva è ancora vivo, quanto meno per qualche anno ancora, il ricordo del dominio tedesco saranno disposti a riconoscerglielo.

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