Berlino-Ankara, venti di guerra nel cuore d’Europa

Nel caso ce ne fosse stato bisogno, proprio sul finire del 2016, la cronaca torna prepotentemente a bussare alle porte d’Europa, ricordandoci quanto la guerra sia viva e presente – se non nel cuore del Vecchio Continente, a due passi da esso. Si chiude così (almeno si spera) uno degli anni più tetri e tumultuosi del nuovo secolo.

Non c’è legame esplicito, sia chiaro, tra quanto avvenuto nel giro di poche ore ad Ankara, con l’assassinio dell’ambasciatore russo in terra turca, e a Berlino, con l’assalto di un tir contro la folla radunata attorno ad un mercatino di Natale. La concomitanza temporale dei due eventi è probabilmente del tutto casuale.

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E tuttavia i due episodi s’incrociano nella mente e nella coscienza dell’opinione pubblica con la forza prorompente del più cupo degli avvertimenti: la violenza politica è tornata a definire il nostro orizzonte civile. Ne fa parte, diremmo quasi integrante. Che ci piaccia o no, siamo costretti a tornare ad accettarlo, e a misurarci con tale realtà.

L’utilizzo di tale strumento, è evidente, ci arriva in primis dal ritorno in auge del terrorismo islamico – indebolito sotto le insegne di Al Qaeda ed ora risorto con la strategia “moderna” e decentrata di Daesh. Ma è chiaro che una volta introdotto il germe della violenza nelle società, arginarlo può diventare estremamente difficile.

Quanto alla proiezione esterna sul mondo che ci circonda – il Vicinato, secogermndo la definizione ufficiale un po’ traballante dell’Unione Europea – i fatti di Ankara insieme con quelli di Aleppo tornano a tormentare le dirigenze occidentali costrette a riconoscere la più chiara delle lezioni: il rifiuto o l’incapacità di intervenire politicamente in un conflitto devastante nel cuore del Medio Oriente implicano anche il dover assistere alle sue conseguenze incalcolabili senza poter influire minimamente su di esse.

Sulla guerra in Siria, per scelta o per mancanza di altre opzioni, l’Europa è stata di fatto a guardare, limitandosi a condannare gli atti più feroci o a facilitare gli interventi d’assistenza e umanitari. Nel vuoto d’iniziativa occidentale, in quel teatro va in scena ormai da anni uno scontro a tutto campo per interposte fazioni tra tutte le altre potenze interessate ad allargare la propria sfera d’influenza. Russia e Turchia, dunque, ma anche Iran, Egitto e potenze del Golfo. Tra le prime due, in particolare, sembravano essersi a fatica riannodati i fili del dialogo dopo la rottura diplomatica dovuta all’abbattimento di un jet russo da parte di Ankara.

L’assassinio a sangue freddo dell’ambasciatore russo, un nuovo colpo al cuore del potere e dell’orgoglio di Putin, rischiano ora di far nuovamente precipitare le relazioni tra i due Paesi. Con esiti imprevedibili.

Dopo la vittoria di Trump, che flirta più che downloadapertamente con il Cremlino – come conferma la scelta di Rex Tillerson come nuovo Segretario di Stato – ed ha già chiarito per tempo tutte le sue riserve sul sostegno americano alla Nato, saprà l’Europa tornare a ragionare seriamente su un progetto d’integrazione della politica estera e di difesa degno di questo nome?

Il contesto internazionale pare suggerirlo con la forza dell’emergenza. Se i tempi e le priorità delle cancellerie europee consentiranno loro di cogliere il segnale, mai così chiaro come in queste ore, resta tutto da verificare.

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