Il Natale da brividi di Varsavia: ora anche la Polonia preoccupa l’Ue

“Due mesi di tempo per rispondere alle ultime raccomandazioni della Commissione”: è questo l’ultimatum spedito da Frans Timmermans, vicepresidente dell’esecutivo europeo, al governo polacco. Scaduto questo termine, nessuna opzione è esclusa, tra quelle a disposizione dell’Ue, compresa la possibilità di revocare a Varsavia il diritto di voto all’interno del Consiglio, l’organo decisionale che rappresenta gli Stati membri.

Ma cos’è successo di tanto grave nel Paese sino a poco tempo fa considerato modello di transizione dall’epoca socialista da causare le ire dei solitamente “diplomatici” Commissari europei?

Protest in Sejm against new media regulations

La minaccia di Bruxelles, peraltro già derubricata con poco meno di uno sberleffo dal governo di Beata Szydlo, arriva al termine di un anno di crescenti preoccupazioni per lo stato di salute della democrazia polacca e nelle ultime settimane di tensione politica ai massimi livelli.

Da quando, il 25 ottobre dello scorso anno, il Partito conservatore Legge e Giustizia (PiS) è tornato al governo del Paese stravincendo le elezioni politiche, l’attacco da parte della maggioranza alle istituzioni indipendenti e di controllo democratico è apparso sempre più esplicito.

Nella testa di Jaroslaw Kaczynski, il leader indiscusso del PiS noto alle cronache per essere scampato al terribile incidente aereo di Smolensk (aprile 2010) in cui morì il fratello gemello Presidente della Repubblica Lech, il compito del nuovo governo di centro-destra dev’essere quello di completare il lavoro lasciato in sospeso della rivoluzione del 1989, cancellando la corruzione e l’influenza dei vecchi apparati comunisti.

Ma l’intrusione sempre più imagesesplicita negli organi dirigenziali e nel modus operandi di istituzioni neutrali come i servizi di sicurezza, la corte costituzionale, il servizio civile e la televisione pubblica hanno destato preoccupazioni crescenti, in primis, tra le fila dell’opposizione polacca. Se al quadro si aggiunge una politica estera avventurosa, con tinte anti-russe e anti-tedesche, ed una retorica sempre più aggressiva contro i migranti, che il governo non vuole accogliere a nessun costo per non aprire le porte alle “malattie”, ce n’è abbastanza per comprendere i timori che a Varsavia germogli un secondo caso-Orbàn. Il riferimento, naturalmente, è alla deriva nazionalista ed anti-europea ormai dilagata in Ungheria col governo guidato dalla destra di Fidesz.

Nelle ultimissime settimane prima della fine dell’anno, la situazione politica si è fatta incandescente a Varsavia. Dopo la prova di forza del governo contro la corte costituzionale, con l’imposizione di una nuova contestatissima presidente legata al PiS, la crisi è definitivamente esplosa con la presentazione di un disegno di legge destinato ad impedire agli organi di stampa di accedere alla sede del Parlamento. Un progetto visto come il fumo negli occhi dai media, naturalmente, ma anche dalle opposizioni, che hanno visto nella proposta l’ennesimo tentativo anti-democratico di piegare il Paese al volere della maggioranza, senza controlli intermedi.

Il sit-in senza sosta convocato dall’opposizione per tutta risposta davanti al Parlamento ha avuto l’effetto, a dire il vero, di portare al ritiro del progetto di legge nel giro di pochi giorni, anche grazie alle pressioni europee ed internazionali. Ma lo scontro interno non accenna a placarsi dopo questa reciproca prova di forza: l’opposizione minaccia di proseguire con le azioni di protesta in strada, mentre il leader del fronte di governo Kaczynski ha definito le proteste della minoranza come atti “criminali” e previsto sinistramente “esiti tragici” per queste iniziative.

Ad aggiungere un po’ di pepe a tutta la vicenda, si è riaffacciato sulla scena politica anche il vecchio leader di Solidarnosc Lech Walesa, eroe delladownload rivoluzione dell’89, che ha incoraggiato l’Unione Europea senza mezzi termini a “buttare fuori la Polonia” dal blocco continentale.

La Commissione guidata da Jean-Claude Juncker a dire il vero non ha molte frecce al suo arco: una procedura di revoca del diritto di voto sulla base dell’Articolo 7 del Trattato di Lisbona sarebbe una prima volta assoluta nella storia dell’Unione – nulla di simile fu intentato neppure con l’Austria di Jorg Haider, nè con l’Ungheria dello stesso Orbàn più di recente – e necessiterebbe comunque del consenso unanime di tutti gli altri Paesi membri, condizione tutt’altro che scontata. Ancor più importante, rischierebbe a detta di molti osservatori di allontanare ed “estremizzare” ancora di più la Polonia, dato che il governo potrebbe accusare Bruxelles di ledere la sovranità del Paese e le sue prerogative interazionali.

Ai politici europei, per il momento, non resta che utilizzare nel modo più efficace le armi della diplomazia e della persuasione, sperando magari che il timore della potenza russa a due passi – a breve alleata quasi ufficiale degli Usa, ora che Donald Trump si accinge a prendere per davvero le redini del Paese – spinga la dirigenza polacca a più miti consigli nei rapporti con l’Unione e con la sua stessa opposizione.

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