La democrazia sospesa: il 2016 di terrore della Turchia

“Ieri mattina all’alba (martedì 27 dicembre, ndrİştar Gözaydın, la mia docente di riferimento in Turchia, è stata arrestata dalla polizia turca. Si suppone sia ora in un carcere di Izmir, ma non ci sono conferme al momento”. Chiara Maritato, 30 anni, ricercatrice all’Università di Torino ed esperta di Turchia è ancora sconvolta. La notizia le è giunta solo a tarda sera via Twitter, ed i contatti diretti sono pressochè impossibili.

Gözaydın, 57 anni, è una giurista turca di fama internazionale: per anni ha collaborato con l’Università di Londra, ha fondato la Helsinki Citizens Assembly, un’organizzazione per la promozione dei diritti umani, ed è opinionista e commentatrice per molti giornali. Sino a quest’estate dirigeva il dipartimento di Sociologia della Gediz University, uno degli atenei chiusi dal governo turco dopo il fallito colpo di Stato di metà luglio. Da settembre, era stata di fatto rimossa da ogni incarico. Ora l’arresto, preceduto da pochi giorni di fermo cautelare.

A pochi giorni dalla fine dell’anno più violento e tumultuoso da decenni per la Turchia, il Paese vive ancora in un clima di terrore e repressione, mentre continui attentati scuotono il territorio. L’ultimo in ordine di tempo ha colpito direttamente l’ambasciatore russo ad Ankara, in un assassinio politico avvolto ancora da molte ombre. Con i fari della stampa internazionale spentisi alla velocità della luce dopo il putsch fallito, che sta succedendo nel Paese cerniera per eccellenza tra Oriente e Occidente?

Attempted Military Coup In Turkey

 

“La detenzione della Gozaydin è solo l’ultimo caso in ordine di tempo di una sequela di rimozioni ed arresti senza fine da parte del governo – racconta Chiara, che oltre ad essere toccata direttamente dagli accadimenti di queste ore è attenta osservatrice di quanto accade nel Paese.

“Nei mesi seguiti al colpo di Stato, quello a cui si è assistito in Turchia è stato un vero e proprio salto di qualità nel livello di controllo e repressione esercitati da Erdogan. Nel mirino del governo non sono più soltanto giornalisti ed attivisti, primo bersaglio di forze dell’ordine e magistratura. Ora il contrattacco colpisce frontalmente anche docenti ed insegnanti a tutti i livelli, compreso quello universitario.

Ha fatto scalpore negli scorsi mesi il caso degli Academics for Peace (Barış İçin Akademisyenler), un gruppo eterogeneo di docenti turchi che si era radunato attorno ad un appello tutt’altro che sovversivo che richiamava alla riapertura del dialogo con i curdi, per porre fine ad un ciclo di violenza nel Paese che sta mietendo decine e decine di vittime anche tra le fila della polizia turca. Troppo, per l’atmosfera che si respira ora nel Paese. Molti tra i firmatari di quell’appello impiegati negli atenei turchi sono stati licenziati, mentre quelli che lavorano all’estero rischiano l’arresto se rientreranno nel Paese.

Anche nel mondo accademico, insomma, vige un clima di terrore – dopo il golpe tutti i rettori degli atenei pubblici sono stati rimossi e sostituiti con docenti graditi al governo – e sempre meno persone osano esporsi o anche solo svolgere ricerche su temi in qualche modo classificabili come scomodi”.

E’ come se dopo il colpo di Stato del 15 luglio avesse tolto ogni freno inibitorio alle mire autoritarie di Erdogan?

La crisi arriva da lontano. La caccia alle streghe contro i “nemici di Stato” è iniziata almeno due anni e mezzo prima del golpe. Molti analisti collocano il momento di rottura dell’equilibrio democratico a dicembre del 2013, quando un grande scandalo di corruzione investì le alte sfere del potere turco, compreso il figlio di Recep Erdogan, allora Primo Ministro. E’ da quel momento che il leader dell’Akp ha dato avvia ad una campagna sistematica contro il movimento legato al predicatore Fetullah Gulen, accusato di cospirare contro lo Stato.

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Banche, ospedali, organi di stampa, istituzioni d’assistenza sociale o religiosa legati a Gulen sono stati progressivamente attaccati, in primis sotto il profilo economico con controlli sempre più stringenti e vessatori, mentre la campagna di delegittimazione pubblica dell’associazione cresceva a dismisura. Sino ad arrivare alle persecuzioni esplicite di questi mesi.

L’altro grande nemico pubblico sono tornati ad essere naturalmente – dal 2015 – i curdi: non soltanto il Pkk, ma tutta la sfera di partiti ed associazioni, anche pacifiche e democratiche, che li rappresentano. La legge anti-terrorismo che ha ampliato a dismisura la definizione di questo crimine aprendo la strada ad ondate di arresti ed operazioni di polizia senza precedenti ha rappresentato davvero un punto di non ritorno.

Oggi la paura del dissenso da parte del governo è tale da giustificare azioni che farebbero sorridere se non fossero tragiche: nelle ultime settimane la polizia è arrivata ad arrestare a stretto giro una giornalista rea di aver definito in chiave vagamente ironica il figlio del Presidente “un genio” ed un barista della redazione del quotidiano Hurriyet per aver detto che non avrebbe mai servito un caffè ad Erdogan.

Dunque la Turchia è ormai a tutti gli effetti un Paese autocratico, senza più democrazia?

E’ difficile dirlo con certezza. L’Akp, che governa ormai da oltre un decennio, ha vinto regolarmente tutte le elezioni a partire dal 2002. Ed il partito di Erdogan, va ricordato, almeno all’inizio aveva destato interesse e speranze anche in ampie fasce della parte laica e moderna del Paese, che avevano visto nella nuova formazione un vero potenziale contrappeso alla forza sino a prima determinante dell’Esercito. Una richiesta, quella della de-militarizzazione della politica turca, tra le principali indicate dalla stessa Unione Europea.

La forzatura democratica si è avuta però a detta di molti osservatori con le doppie elezioni del 2015: quando dopo il voto di giugno il Presidente Erdogan impedì di fatto la formazione di un esecutivo di coalizione di qualsiasi tipo poichè il “suo” Akp non aveva i numeri per governare da solo.

Il successo del piccolo partito curdo progressista Hdp era la vera novità politica di quelle elezioni, che fu però di fatto schiacciata da Erdogan sciogliendo il Parlamento e rimandando il Paese di nuovo alle urne. Nel clima di crescente tensione, con attentati e rappresaglie proprio tra Stato e ribelli curdi, l’Akp riconquistò la maggioranza assoluta, lasciando ad Erdogan completa mano libera. Da quel momento in poi il ciclo di caos, terrore (con una media di due attentati al mese) e repressione è divenuto inarrestabile.

La vera domanda tuttavia è: a chi giova tutto ciò? L’economia del Paese, trainata negli scorsi anni anche dal turismo, è crollata, e così la moneta. Per un partito che aveva fondato il suo successo popolare anche e soprattutto sulla ripresa economica, tutto ciò prima o poi avrà delle conseguenze.

A proposito di Unione Europea, la Turchia ad oggi resta formalmente un Paese candidato all’ingresso nel blocco continentale: ha ancora qualche senso tale status?

Al di là della presenza formale di una delegazione ad Ankara, la relazione tra Ue e Turchia vacilla ormai da anni. I rapporti ufficiali della Commissione sul Paese non fanno che sottolineare i “passi indietro” del Paese sul piano politico e da tempo ormai non si registra più alcun tipo di avanzamento nelle relazioni bilaterali. Di fatto, già nel 2010 nessuno in Turchia credeva più alla reale possibilità di un ingresso del Paese nell’Unione, a discapito dello status ufficiale. Diversi osservatori, anche lontani dal governo, danno anzi almeno una parte della colpa per l’allontanamento della Turchia da un sentiero laico-democratico all’Ue stessa, rea di non aver fatto procedere l’iter di adesione del Paese tradendo le speranze di molti suoi cittadini.

Oggi, comunque, lo status ufficiale viene mantenuto perchè all’Europa in primis interessa mantenere un canale privilegiato con Ankara per ragioni di tipo economico oltre che strategico: per la sua posizione la Turchia resta un partner troppo importante per la gestione dei flussi migratori così come energetici nel Mediterraneo.

L’anno terribile del Paese si è chiuso – si spera – con l’assassinio dell’ambasciatore russo ad Ankara da parte di un agente delle forze di polizia turche. Sorprendentemente però a livello diplomatico l’asse tra Turchia e Russia pare reggere. Come si spiega?

ad_229619284.jpgL’uccisione di Andrey Karlov non è certo arrivata, come può essere sembrato qui in Europa, come un fulmine a ciel sereno. Erano settimane che cittadini ed attivisti islamisti in particolare protestavano regolarmente sotto le sedi di ambasciate e consolati russi (oltre che iraniani) nel Paese in opposizione alla svolta diplomatica con l’apertura a Mosca.

Il gesto estremo di Mert Altintas è maturato proprio in questo clima di crescente tensione, anche da parte di una buona fetta di elettori dell’AKP, contro il governo accusato di tradimento per il martirio di Aleppo.

Paradossalmente, però, l’azione anzichè incrinare i rapporti tra Turchia e Russia li ha rinsaldati. Da un lato Erdogan si è affrettato la sera stessa a porgere le scuse del governo disconoscendo completamente l’agguato ed allontanando qualsiasi sospetto di connivenza. Ma dall’altro lo stesso Cremlino ha accreditato rapidamente la stessa versione di Ankara, e cioè che l’attentato era stato orchestrato dai nemici del nuove asse tra Turchia e Russia. Era una reazione politica tutt’altro che scontata, ma che dimostra la rilevanza dell’interesse di entrambe le potenze nel mantenere ben salda la nuova alleanza, che coinvolge in un inedito triangolo anche l’Iran.

Questa è la vera novità di quest’ultimo scorcio dell’anno, che pone dei seri interrogativi – su un piano almeno altrettanto importante – sul futuro dei rapporti tra Turchia e Stati Uniti. Da sostenitore esplicito della ribellione siriana, ora il governo di Ankara è passato ad essere definitivamente un fiero oppositore dell’Isis, spingendosi addirittura ad accusare gli Usa di non fare abbastanza nella lotta al terrorismo, quando non a dare adito a voci di vero e proprio fiancheggiamento americano del Califfato. E’ un riposizionamento a tutto tondo del Paese nel gioco delle alleanze, che sta disorientando in primis i cittadini turchi stessi, compresi molti fra gli elettori stessi dell’Akp. Se e fino a che punto la strategia reggerà, lo scopriremo nel 2017.

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