Pregasi passare alla cassa. Apple pagherà o no la maxi-multa della Commissione Europea?

Il 9 gennaio di dieci anni fa l’innovatore più acclamato dell’era contemporanea, Steve Jobs, lanciava l’oggetto che avrebbe ridefinito il modo di comunicare di questo primo scorcio di secolo: l’iPhone. Era un freddo mattino di inizio anno ed al Moscone Center di San Francisco non tutti i convitati sapevano esattamente che cosa sarebbe successo nel corso del keynote annunciato dal fondatore di Apple. Quando Jobs tirò fuori dal cilindro il telefonino di ultima generazione – senza tasti, lettere o numeri – quasi tutti compresero però che ci sarebbe stato un prima e un dopo quella presentazione.

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A dieci anni di distanza, Apple non è più la stessa, e forse proprio quella rivoluzionaria innovazione ha segnato il passaggio decisivo della società di Cupertino – nei fatti come nell’immagine – da outsider di tendenza per utenti col gusto del design a vero e proprio colosso dell’economia mondiale. A discapito di un fisiologico rallentamento nel fatturato e nelle vendite, il marchio della Mela è entrato stabilmente nel ranking delle dieci aziende più redditizie al mondo – con un patrimonio stimato attorno ai 215 miliardi di dollari. E nessuno, sul piano tecnologico, può fare nuove mosse senza prima “vedere le carte” degli eredi di Steve Jobs.

Uno strapotere, quello della multinazionale californiana, che attrae fan ed estimatori ad ogni latitudine, ma anche molte antipatie, e non soltanto dai diretti concorrenti. A guidare la coalizione degli “anti-Apple”, virtualmente naturalmente, si è iscritta nel corso del 2016 la Commissaria Ue alla Concorrenza Margrethe Vestager. Lo scorso 30 agosto – si ricorderà – l’esecutivo di Bruxelles ha infatti comminato una clamorosa sanzione alla casa americana pari a 13 miliardi di Euro. Non certo quanto da impensierire le casse di Apple, che fattura poco meno di 50 miliardi di dollari a trimestre, ma un danno anzitutto d’immagine davvero velenoso.

A sei mesi dalla decisione Ue, che ne è di quella multa? Insomma, Apple paga o non paga?

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La questione è tutt’altro che semplice.

I fatti, anzitutto: garante della libera concorrenza sul mercato interno, la Commissione ha richiesto che quei soldi siano rimborsati dalla multinazionale americana non già all’Unione Europea stessa, ma al governo irlandese. La ragione? I vantaggi fiscali clamorosi, ed illegali secondo la Commissione, guadagnati da Apple tramite accordi ad-hoc con l’Irlanda, delle sue attività operative in Europa.

Secondo i tecnici della Vestagrer, Apple avrebbe approfittato del suo peso e dimensioni – insomma degli investimenti ed occupazione che è in grado di portare con sè – per ottenere dall’Irlanda sconti sulle aliquote sui propri profitti davvero ragguardevoli, strappando accordi privilegiati a due diverse riprese, nel 1991 e nel 2007. Secondo la Commissione, Apple avrebbe così beneficiato di un’imposizione fiscale pari appena all’1% a partire dal 2003, per poi scendere addirittura allo 0,005% nel 2014, contro una tassazione “ordinaria” per le aziende del 12,5%. Quanto basta per configurare il trattamento riservato ad Apple da parte del governo irlandese alla stregua di un aiuto di Stato, proibitissimo dalle normative europee.

Il problema si complica però proprio per il ruolo degli attori in campo. Se gli strali da parte dell’azienda stessa sarebbero apparsi a chiunque scontati, con gli uffici legali che hanno predisposto una durissima contro-replica in tempi rapidi la questione assume le tinte del grottesco ora che lo stesso governo irlandese si è schierato ruvidamente contro la Commissione Europea. Come a dire che il destinatario previsto dell’incasso richiesto dall’Ue quel denaro proprio non lo vuole.

Lo scorso 19 dicembre Dublino è uscito allo scoperto, confermando le attese, ed ha reso pubblica la propria durissima presa di posizione contro l’intervento della Commissione, bollato come una vera e propria “interferenza” nella sovranità nazionale del Paese. L’Irlanda, che non è nuova a bracci di ferro epici con Bruxelles – si pensi al doppio referendum imposto al Paese nel 2009 per non bloccare l’approvazione del Trattato di Lisbona – vuole insomma mantenere le sue prerogative di “chioccia” numero 1 delle imprese di tutto il mondo per l’Europa. Costi quel che costi.

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Enda Kenny, Primo Ministro della Repubblica d’Irlanda

Le argomentazioni presentate da Dublino, dunque – sostanzialmente in linea con quelle di Apple – non soltanto smontano le accuse sul piano tecnico, decostruendo la teoria degli accordi fiscali preferenziali a favore della multinazionale. Ma colpiscono al cuore la Commissione mettendo in dubbio la legittimità stessa del suo intervento. “Non immischiatevi nei nostri affari” – è la traduzione solo appena meno rude della risposta del governo irlandese.

Ad oggi, insomma, dire che l’effettivo pagamento della sanzione da parte di Apple appare lontano è dir poco. Soltanto prima di Natale gli uffici della Commissione hanno reso pubblico il testo completo delle motivazioni legali su cui si fonda la decisione di multare il gigante tecnologico. E le reazioni dei due avversari, che fanno gioco comune, sono quanto mai agguerrite.

Apple e l’Unione troveranno alla fine un accordo politico per “smontare” il caso a beneficio di tutti, magari garantendo un rimborso parziale al fisco irlandese che non danneggi eccessivamente nè Apple nè l’immagine di “paradiso delle imprese” tanto cara a Dublino? E’ uno scenario plausibile, per alcuni, ma ancora del tutto prematuro. Per il momento, si prevede ancora una lunga serie di dossier legali e comunicati stampa infuocati. Agli occhi dei cittadini-consumatori-contribuenti europei, però, Apple non è già più quella di una volta.

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