Goodbye Oslo. Trump ha davvero seppellito il processo di pace?

“Una risata vi seppellirà” – provocavano allegri gli studenti del Maggio francese riecheggiando i versi di Michail Bakunin. E lo stesso devono aver pensato relativamente alle aspirazioni nazionali dei palestinesi i leader della destra israeliana più oltranzista ascoltando ebbri di gioia il loro Primo Ministro, Benjamin Netanyahu, accogliere ridendo di gusto la Dichiarazione di Donald Trump, quella con la D maiuscola.

Quella con la quale il neo-Presidente americano, il più platealmente vicino alle ragioni dello Stato ebraico degli ultimi decenni, ha di fatto certificato la morte del Processo di Oslo, l’iter diplomatico avviato nel 1993 con l’intento di arrivare a termine ad una soluzione del conflitto tra israeliani e palestinesi sulla base del principio “due popoli due Stati”.

Così, per lo meno, i maggiori media internazionali hanno interpretato le parole pesanti come macigni pronunciate da The Donald nel corso di una conferenza stampa tenuta insieme all’omologo israeliano in visita di Stato alla Casa Bianca.

“Pietra tombale sulla pace” – secondo l’Unità; “cambiamento di linea su Israele” per il Corriere, soltanto per citare le aperture della mattina di due grandi quotidiani italiani. Ma il discorso di Trump ha davvero seppellito ogni residua speranza di pace tra israeliani e palestinesi?

C’è chi ne dubita, come l’ex ambasciatore Usa a Tel Aviv Daniel Kurtzer. In fondo, nel suo pronunciamento il Presidente americano non ha formalmente chiuso la porta alla soluzione a due Stati, ma semplicemente (si fa per dire, ci mancherebbe) reso chiaro che dal suo punto di vista tanto quella di Oslo quanto un’opzione mono-statale sarebbero accettabili per la Casa Bianca in linea di principio. Precisando subito dopo che per “lungo tempo” egli stesso ha ritenuto la soluzione due popoli due Stati la più calzante.

Più praticamente, se si compie un’analisi sistematica della questione – ha detto al New York Times l’ex ambasciatore – “non c’è semplicemente alcun’altra soluzione” al conflitto. Solo wishful thinking di un’intellighenzia progressista americana incredula di fronte alla virata strategica di Trump? E’ possibile.

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Di certo c’è però che in queste prime settimane di gestione delle relazioni estere – e plasticamente nel corso della conferenza stampa di ieri (qui il video completo) – il tycoon di New York ha dimostrato di avere un certo ascendente sul premier israeliano. Come se l’esplicita e largamente sottolineata vicinanza del neo-Presidente agli interessi dello Stato ebraico, oltre che alle idee dello stesso Netanyahu, gli desse delle carte in più nel permettersi di rintuzzare gli errori o le mancanze d’Israele.

E così “Bibi”, come lo chiama ripetutamente il Presidente americano, pare davvero uno scolaretto indisciplinato ripreso dal padre affettuoso, quello che lo porta a fare le scorrazzate in moto alla domenica ma non gli perdona la “ragazzata” combinata durante la settimana, quando Trump lo riprende sulla questione degli insediamentiI’d like to see you hold back on settlements for a little bit.. Chiaro?

Se la psicologia conta qualcosa in politica, insomma, Trump potrebbe far valere in questa fase ben più efficacemente le ragioni di Washington sui punti dolenti della politica israeliana dannosi o inutili agli occhi della Casa Bianca di quanto potesse fare con gli strumenti della diplomazia il suo odiatissimo (da Netanyahu) predecessore Barack Obama, i cui appelli erano fatti cadere nel vuoto da parte israeliana con risposte, verbali o di fatto, al limite della sfida aperta. Almeno in potenza, c’è dunque una paradossale finestra d’opportunità per un rilancio di un iter diplomatico di qualche tipo.

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Resta tutto da vedere, ciò detto – e qui sta il vero punto della questione, naturalmente – se e fino a che punto Trump maturerà la volontà politica di giocare queste carte per rilanciare la ricerca agonizzante di una soluzione alla disputa tra israeliani e palestinesi. Sino ad ora, pare del tutto impossibile rintracciare i segni di una strategia di politica estera coerente della nuova Amministrazione. Businessman consumato, Trump non pare aver ancora deciso in che modo e verso quali obiettivi strategici dispiegare la sua proverbiale abilità nel trattare “da uomo a uomo” con altri leader (politici ed economici, non fa troppa differenza) e concludere accordi di peso. E non è detto che si risolva a farlo su tutti i dossier.

Se da ieri una cosa è certa, ad ogni modo, è che se pure The Donald dovesse convincersi della necessità (utilità) di rimetter mano al conflitto più intricato del Medio Oriente e dare nuova spinta alla ricerca di una sua risoluzione – di qualsiasi tipo essa sia – questa non sarà ispirata ad altro se non alla realpolitik di Stati Uniti ed Israele, ed a ben poche altre considerazioni. Di certo non a qualsiasi principio ispiratore più alto: senza dubbio non all’obiettivo di alleviare le sofferte condizioni di vita dei palestinesi o dar soddisfazione alle loro aspirazioni politiche.

E’ questo il primo, concreto, effetto del ritorno al potere degli “uomini forti” nelle grandi nazioni del mondo – a partire da Stati Uniti e Russia. Spazzato via ogni barlume di valori o di visione “post-nazionale” nell’arena dei popoli. A dirigere il traffico delle rapporti internazionali resta – se mai ci fosse stato il dubbio – nient’altro che il nudo e crudo interesse (dei più forti). Hans Morghentau sarebbe lusingato di cotanto, clamoroso, ritorno al successo.

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