La Francia e il terrore del terrore, a un mese dal voto

Splendeva il sole, in anticipo sulla primavera astronomica, sul finesettimana di mezza Europa. Non così per la Francia. Fitte nubi sono tornate ad addensarsi nelle ultime ore su Parigi, e non sono solo quelle del meteo.

Le indagini sul lungo agguato che ha tenuto sotto scacco per tutta la mattinata di sabato l’aeroporto di Orly e la zona sud della capitale, pur senza provocare fortunatamente vittime o feriti, sono solo ai primi passi. Ma il tema della minaccia terroristica è tornato prepotentemente al centro dell’attenzione pubblica, in Francia ed oltre. Lo stato d’emergenza permane nel Paese dal giorno degli attacchi del Bataclan – quasi un anno e mezzo fa – ed i servizi confermano lo stato di massima allerta per il timore di nuove azioni da parte di individui radicalizzati, isolati o in rete. Ad un mese dall’appuntamento cruciale delle elezioni presidenziali – fatti tutti gli scongiuri del caso – la domanda non è più eludibile. Che cosa succederebbe se, magari a pochi giorni dal voto, un nuovo attacco terroristico dovesse sconvolgere la Francia?

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La memoria degli europei corre rapida ad un altro drammatico precedente, quello del voto della Spagna nel marzo del 2004, a poche decine di ore dall’esplosione delle bombe di Atocha che fecero 191 morti e duemila feriti. Una ferita devastante per la Spagna democratica, mai del tutto rimarginata come ricostruito nella bella inchiesta di Silvia Giudici per Il Fatto Quotidiano. Passarono soltanto tre giorni, quella primavera di tredici anni fa, tra l’esplosione di violenza sui treni di Madrid ed il rito del voto più triste di sempre per le elezioni parlamentari.

A pagare nelle urne, in quel caso, fu il partito di governo, il PP, che si candidava a tornare a guidare il Paese con un nuovo leader, non più il premier uscente José Aznar ma il suo delfino Mariano Rajoy, oggi Primo Ministro. Il PP fu punito dagli elettori – non tanto, secondo le letture più diffuse, per aver esposto il Paese al rischio del terrorismo di matrice islamica unendosi all’avventura irachena degli Stati Uniti di Bush, quanto per aver tentato in tutti i modi di sviare l’attenzione pubblica dalla reale impronta dell’attentato. Il governo puntò tutto sulla pista del terrorismo interno, quello degli indipendentisti dell’Eta, per gettare discredito sugli avversari del Partito Socialista meno agguerriti sulla “questione basca”. Ma la pista islamista venne rapidamente a galla già nelle prime ore dopo l’attentato, e la maldestra azione di Aznar fu punita dagli elettori nelle urne, che premiarono il Psoe e fecero sorgere la stella (tramontata dopo pochi anni) di José Zapatero.

Tra i candidati che si contendono oggi la vittoria alle presidenziali francesi, nessuno dovrebbe avere lo stesso problema del giovane Rajoy: la vicinanza al leader uscente. Non soltanto i candidati di destra ed ultradestra ma gli stessi uomini teoricamente più vicini nell’ultimo quinquennio a François Hollande, dal suo ex ministro Emmanuel Macron sino allo stesso compagno di partito Benoit Hamon, fanno a gara a discostarsi dal’eredità del Presidente uscente.

Con Hamon di fatto fuori dai giochi – peso troppo leggero per tutti i sondaggi – nella corsa a due tra il liberale, europeista e pro-globalizzazione Marcon e la nazionalista Marine Le Pen, la seconda che prepara queste elezioni da anni come la chance della vita per portare finalmente al successo il Front National potrebbe essere svelta, ed efficace, ad approfittare cinicamente di un eventuale attacco terroristico.

Candidates for 2017 French presidential elections

Da sinistra, i quattro candidati principali: François Fillon (Républicains), Benoit Hamon (Parti Socialiste), Emmanuel Macron (En Marche) e Marine Le Pen (Front National)

Soffiare sul fuoco della permeabilità della Francia alla violenza degli islamisti, giunti da fuori o cresciuti nel suo stesso ventre, è il suo sport prediletto; invocare a gran voce la chiusura dello spazio-Schengen, lo stop ad ogni tipo d’immigrazione o altre misure di difesa della nazione un obiettivo sin troppo semplice. Il tutto, s’intende, nella prateria politica lasciata sul versante destro dell’arena dal suicidio politico di François Fillon e dei suoi Républicains che, a meno di sorprese, sembrano ormai destinati ad un ruolo di tristi comprimari.

Chi, come lo stesso Presidente della Commissione Ue Juncker, pensa che sulla base delle dinamiche del voto a doppio turno il giovane Macron abbia di fatto già la vittoria in tasca farebbe bene insomma a frenare gli entusiasmi ed aspettare a scongelare lo spumante. Troppe, in uno scenario tanto fluido, le incognite ancora sul cammino di qui al secondo turno delle elezioni.

Se il precedente di Atocha qualche cosa insegna, tuttavia, è che anche nel pieno dell’emozione per eventi drammatici gli elettori non perdono la capacità di fiutare ciò che davvero conta nei politici: la loro affidabilità. Si può cogliere l’occasione di un fatto grave per portare avanti i propri argomenti e la propria agenda, ma meglio farlo con una dose di prudenza. Sotto elezioni specialmente, anche se spaventati, i cittadini non amano le strumentalizzazioni eccessive di eventi ed emozioni. Marine Le Pen farebbe bene a saperlo.

Tra il 23 aprile ed il 7 maggio prossimi, in fondo, i francesi andranno a votare per eleggere l’uomo (o la donna) che li guiderà e rappresenterà per i prossimi cinque anni, non soltanto un’idea o un programma. Premieranno colui – o colei – che giudicheranno più affidabile e credibile a vestire i panni del Presidente. Quello con la P maiuscola.

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