Contrordine compagni: l’Europa non è morta

Quando si è presentato di fronte ad una folla osannante e alle telecamere di mezzo mondo, con l’aria un po’ sbruffona di chi ha appena finito di consultare Google Maps per controllare quanto dista di preciso l’Eliseo da casa, Emmanuel Macron avrebbe potuto dire più o meno qualsiasi cosa: i suoi sostenitori erano in visibilio da ormai due ore, la botta d’adrenalina tenuta alta dall’assordante disco music dell’attesa, ed avrebbero applaudito pure la lettura della lista della spesa.

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Ma è stata un singola espressione, nell’eloquio già quasi da uomo di Stato del “rottamatore” di Francia, a scatenare più d’ogni altro l’entusiasmo irrefrenabile dei tifosi di En Marche: la riflessione del neo-favorito alla Presidenza francese sulla necessità di dare nuovo slancio alla construction européenne. Il semplice riferimento a tale idea, già indicata senza reticenze nel corso della campagna elettorale, è bastato per far esplodere di gioia gli irriducibili macronisti – come a liberare tutto d’un tratto da una patina lugubre di tabù l’entusiasmo genuino per l’idea d’Europa.

La bandiera a dodici stelle – notano i più maligni – è anzi addirittura l’unico vero segno di chiara identità politica della nuova formazione costruita attorno alla figura del giovane Emmanuel, che per il resto ha mescolato astutamente idee liberali e riformatrici in politica economica a temi più tipicamente di sinistra sul lato sociale, senza disdegnare un certo afflato anti-sistema, per lo meno per quanto riguarda la “casta” dei politici invisa anche ai francesi.

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Marine Le Pen, intendiamoci, darà il tutto per tutto nei prossimi quattordici giorni per provare ad invertire i pronostici di sconfitta. Ma a meno di scivoloni clamorosi del giovanotto o di altri fatti drammatici, il 39enne di Amiens (qui l’eccellente ritratto di  Valerio Berra e Francesco Caligaris) sarà dal prossimo 8 maggio il venticinquesimo Presidente della Repubblica francese – lasciando a riflettere sulle macerie i dirigenti dei due partiti che il Paese l’hanno condotto per gli ultimi sei decenni.

Dopo neppure cinque mesi sarà il turno della Germania, e dalle urne tedesche uscirà un risultato meno clamoroso ma altrettanto significativo. E’ troppo presto per dire se il già Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz coronerà la sua trionfale rimonta su Angela Merkel strappandole la Cancelleria. Di certo, però, la sua rediviva Spd avrà un peso preponderante nel prossimo Parlamento ed esecutivo: e lo utilizzerà per reindirizzare le politiche di Berlino in senso meno egoista e più europeista, come già ampiamente fatto intendere da Schulz.

In quello che avrebbe dovuto essere nei presagi più tetri l’anno della sua capitolazione definitiva di fronte al trionfo dei suoi picconatori, l’Europa insomma potrebbe seriamente risorgere, o quanto meno dare un chiaro segnale di vita. L’idea d’integrazione continentale – post-nazionale avrebbe detto in tempi meno ostili Jurgen Habermas – è viva e lotta insieme a noi. Dopo il successo di misura del liberale Rutte in Olanda, le bandiere d’Europa sventolanti nel quartier generale del favoritissimo prossimo Presidente francese e quelle che stanno ben accese nella mente del politico tedesco più “europeo” degli ultimi decenni lo dimostrano. E se lo storico motore franco-tedesco si riaccende, la sgangherata macchina a ventisette (e mezzo, sinché il Regno Unito resta formalmente dentro) può tornare a battere nuove strade.

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Perchè non resti soltanto una rinfrescata di vernice blu e gialla su una politica che continua a ragionare in termini del tutto nazionali, nè un ultimo colpo di coda prima del tramonto di un’idea invecchiata troppo presto, c’è bisogno tuttavia di dare sostanza ai proclami e tramutare le parole d’ordine in programmi concreti di rilancio e di rinnovamento.

Nel prossimo commento, qualche modesta idea su come un futuribile duo Macron-Schulz alla testa delle due potenze del continente di fine 2017 potrebbe provare a rinverdire un progetto che ha entusiasmato generazioni intere di europei, e che negli ultimi anni se l’è vista molto, ma molto brutta.

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