Contrordine compagni / vol. 2 – Tre consigli non richiesti più uno al rottamatore di Francia

Su una cosa, se non altro, i due contendenti alla poltrona presidenziale francese sono d’accordo: quello di domenica prossima sarà “un voto storico“. Difficile dar loro torto: dopo il clamoroso voltafaccia degli inglesi all’Ue dello scorso anno, è evidente pure ai bambini che nelle urne francesi si gioca un bel pezzo del destino del continente.

La scelta, in effetti, è piuttosto chiara – considerato che neppure un romanziere avrebbe potuto tratteggiare due personaggi tanto agli antipodi, nella storia personale così come nel prontuario di ricette per guarire i mali della Francia: da un lato il ritorno ad una logica nazionale, col possibile abbandono dell’euro se non dell’Unione tout court e la reintroduzione di dazi e frontiere contro prodotti e lavoratori stranieri. Dall’altro un rilancio del progetto d’integrazione europea ed una nuova politica di riforme per rendere la Francia più dinamica e moderna per affrontare degnamente le sfide della globalizzazione.

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Scelta di campo chiara ma, come spesso accade nelle campagne elettorali, con tanti punti di domanda per quanto riguarda l’attuazione concrete di molte parole d’ordine al momento del dunque. E’ il caso – come si ricordava su questo blog all’indomani del primo turno delle presidenziali – delle bandiere europee sventolanti al comizio della vittoria (parziale) di Macron, ed a tutte le sue precedenti iniziative. Tutto molto bello, come avrebbe detto Bruno Pizzul. Ma in che modo esattamente il rottamatore d’Oltralpe pensa di ridare slancio alla construction européenne di cui è tanto innamorato?

E’ più che mai possibile, ovviamente, che Macron abbia già ben chiaro in testa un piano d’azione molto preciso per “rilanciare l’Europa”. Ma poichè l’espressione appare quanto meno un po’ vaga e non risulta che il leader di En Marche abbia dato sin qui indicazioni particolarmente stringenti su come intende salvare esattamente l’Unione dal baratro in cui rischia di precipitare, proviamo a ipotizzare due o tre idee da cui il probabile nuovo Presidente francese potrebbe partire – magari tirando la volata ad un nuovo Cancelliere eurofilo pure a Berlino.

Ove nell’éra dell’incertezza l’unica sicurezza granitica è che l’interessato non leggerà mai questo modestissimo memorandum, e dunque per null’altro che per l’antico gusto di lanciare il dibattito, ecco dunque una breve lista di consigli mai richiesti all’ex ragazzo di Amiens per tornare a convincere tutti – Commissari inclusi – che con l’integrazione europea si può fare qualcosa d’interessante per davvero:

1. STARE FERMO

Non in senso letterale, ci mancherebbe: il dinamismo è evidentemente la forza trainante che Macron dovrà cercare di utilizzare sin dall’inizio del suo mandato – sorprese elettorali a parte – per far muovere le cose. In senso anglofono, caso mai: stay firm, Emmanuel. Sulla partita della Brexit, s’intende. Sarà questa la gatta da pelare che volenti o nolenti i leader europei dovranno gestire nel prossimo biennio e su questo versante, come si è iniziato a vedere in queste prime settimane, non c’è strategia migliore per l’Ue che tirare dritto per la propria strada. Nessuna vendetta o inimicizia, naturalmente, verso i britannici. Ma con tutto il rispetto per Theresa May i negoziatori europei dovranno far capire a chi ha scelto legittimamente di abbandonare il condominio che l’isolamento comporta più svantaggi che benefici. Paradossalmente, se gestita così, da minaccia all’esistenza stessa dell’Unione la Brexit può diventare il rito di passaggio tramite il quale cittadini e decisori europei si rendono conto di quanto sia importante quella conquista. In questo il nuovo Presidente francese avrà evidentemente un peso cruciale nel contribuire alla linea.

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2. METTERLA AL LAVORO (L’EUROPA)

Se ad ogni occasione elettorale in cui si è chiesto un giudizio sull’Unione Europea il giudizio dei popoli è stato impietoso è perchè, evidentemente, la percezione più diffusa è quella di un’istituzione incapace di risolvere, se non addirittura di comprendere, i problemi più stringenti per i cittadini. Perchè non dare dunque all’Unione il compito di prendere di petto la più grave delle preoccupazioni per gli europei di oggi?

Con un personale delle istituzioni altamente qualificato e fior fior di gruppi di esperti chiamati regolarmente a dare il proprio contributo, l’Ue ha tutte le carte in regola per modificare gli standard di ipocrisia politica con cui si affronta attualmente il tema del lavoro. Automazione, digitalizzazione e spostamento dei modi e dei luoghi di produzione sono i fenomeni che segnano e segneranno sempre più la sua trasformazione. Inutile continuare a far credere ai cittadini, come fanno la maggior parte dei governi, che la disoccupazione è un problema contingente cui verrà messa presto una pezza, nonappena ritorni la pozione magica della crescita. Molto più utile e costruttivo iniziare a discutere seriamente, ed in maniera aperta, di cosa sarà il mondo del lavoro nei prossimi due-tre decenni, di modo che tutti possono prepararvisi.

Il Consiglio Europeo dia dunque mandato alla Commissione di condurre, entro questo stesso anno, un rigoroso e approfondito studio sul futuro del lavoro in questo continente. I risultati della ricerca siano resi pubblici e discussi apertamente: la democrazia è questo, non una scheda compilata di cattivo umore ogni quattro o cinque anni. E sulla base delle prospettive indicate, l’Unione vari finalmente un piano socio-economico coerente in grado di rispondere ai mutamenti previsti. Volto a creare impieghi e far crescere le competenze necessarie a sfruttarli adeguatamente, naturalmente, ma anche a far nascere le forme di sostegno alternative al “lavoro per tutti” che, se mai fosse esistito, non c’è più. A problemi trans-nazionali, risposte (sincere) trans-nazionali.

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3. UN ORIZZONTE DI FRONTIERA

Accanto a quella del lavoro e del reddito, l’altra grande preoccupazione degli europei è legata alla gestione dei flussi di persone. Che si parli di soccorso a chi fugge da guerra e disperazione, d’integrazione o di terrorismo, tutto parte evidentemente dalla gestione di quelle che con il Trattato di Schegnen sono diventate le “frontiere esterne“. A ventisette anni dalla firma di quell’accordo, ha davvero ancora senso che a pattugliare i confini – terresti o marittimi – siano forze dell’ordine dei singoli Paesi? E che non vi sia un’unica politica di accoglienza valida per tutta l’Unione?

Se diventerà Presidente del Paese a più alto tasso di multiculturalità d’Europa, Macron proponga di varare una volta per tutte una politica comune chiara d’immigrazione, sicurezza ed asilo, e che a gestire tale politica sul terreno sia un solo corpo europeo dotato delle risorse adeguate. Non c’è bisogno di crearlo, esiste già e si chiama Frontex. Basterebbe equipaggiarlo, a livello tecnico e prima ancora politico, nel modo adeguato.

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4. RIPETIZIONI DI GEOGRAFIA (Questa non la proporrà mai, ma tentar non nuoce)

Non c’è bisogno di essere dei fan di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella per sapere che gli sprechi del Palazzo irritano e molto i cittadini, specie nei periodi di magra. E se il ragionamento è stato probabilmente abusato in Italia per giustificare un odio verso politica e politici decisamente malsano, al livello dell’Unione Europea c’è uno spreco di denaro conclamato che non si cancella per il calcolo d’interesse di una sola, pur fondatrice, nazionale. Stiamo parlando della doppia sede del Parlamento Europeo (Strasburgo + Bruxelles): una stortura figlia della Storia che costa al bilancio Ue ben 180 milioni di euro l’anno tenendo conto delle spese necessarie per trasferire una volta al mese dalla capitale del Belgio a quella dell’Alsazia deputati, assistenti e personale del Parlamento insieme con decine di camion piene dei documenti necessari allo svolgimento delle sessioni plenarie nell’emiciclo di Strasburgo. Poco meno della commedia dell’assurdo.

Al Parlamento stesso regna ormai una maggioranza schiacciante di deputati favorevoli alla soppressione della doppia sede – un unicum mondiale – in favore della più consona base unica a Bruxelles, dove hanno sede quasi tutte le altre istituzioni Ue e dove avviene tutto il lavoro quotidiano di policy-making. L’unica ragione per cui non è possibile al momento passare dalle parole ai fatti – facendo risparmiare ai cittadini un fiume di soldi oltre che di emissioni di CO2 – è il veto implicito della Francia ad ogni eventuale proposta di razionalizzazione in seno all’altro organo che dovrebbe esprimersi al riguardo, il Consiglio.

Basterebbe una sola parola di un qualsiasi Presidente francese, insomma, per risolvere una questione davvero poco onorevole per l’immagine dell’Ue. Macron avrà mai il coraggio di prendere una decisione del genere, magari in cambio di qualche adeguata compensazione economica per la città di Strasburgo per la rinuncia agli introiti economici di sede parlamentare?

 

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Questioni concrete e simboliche, come evidente, s’intrecciano le une e le altre nell’immagine dell’Unione Europea agli occhi dei suoi cittadini. Ma che non si dica che non c’è l’imbarazzo della scelta di azioni da cui partire per invertire la rotta.

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