Stanno vincendo loro

“Scusa se ti racconto tutto così di getto, ma parlare finalmente con qualcuno mi fa tornare a respirare”. Non sono passati più di dieci minuti dal momento in cui si è scatenato il panico, fulmineo e tuttora senza un perchè, sulla piazza gremita di tifosi. Alto, spalle larghe, una maglietta nera e un paio di jeans slabbrati – non so dire se da sempre o da pochi minuti – il ragazzo che mi sta davanti ha il volto bonario e il tono istintivamente gioviale dei toscani. Ma dal suo sorriso non trapela un velo di serenità, solo tutto il sollievo del pericolo scampato.

Sopra di noi la voce del telecronista gracchia ancora dai lati del maxischermo, ma di vedere la partita, a quel punto, nessuno ha davvero più voglia, e non per il risultato ormai deciso. Nella piazza ritrovatasi semi-deserta nel giro di un pugno di minuti, mi ero avvicinato a lui soltanto per segnalargli che pochi metri più indietro, davanti all’unica ambulanza disponibile al momento all’imbocco della piazza, quel poco di personale della Croce Rossa sul posto medica alla bell’e meglio chi ha bisogno di cure. Ma capisco in fretta che la ferita sotto al ginocchio è l’ultimo dei pensieri del tifoso toscano: gl’interessa di più esorcizzare subito quella che gli si sta piantando nella testa. Ha perso di vista gli amici con cui stava seguendo la partita, come quasi tutti nella piazza, e ha bisogno di raccontare tutto – le urla, il panico, la caduta, l’incredulità – a qualcuno, anche se nessuno ha capito davvero cosa sia successo.

Nelle vie attorno alla piazza, mentre sugli schermi dei bar rimasti aperti scorrono le ultime immagini della partita, tutti si pongono a vicenda le stesse domande. Dare una ratio a ciò che è appena successo è il primo istinto di tutti, una volta accertata l’incolumità propria e degli amici. Le voci si rincorrono: c’era uno zaino, ci son stati degli spari, hanno lanciato un petardo. O forse niente di tutto questo. Nessuno sa davvero con precisione, o forse qualcuno sì – se mai gli inquirenti riusciranno a rintracciarli (sopra, la testimonianza inquietante da parte del gestore di un locale del centro di un altro falso allarme procurato da pseudo-tifosi a pochi isolati di distanza dal maxischermo).

Già pochi minuti dopo la scossa di adrenalina e la folle corsa lontano dalla piazza, di certo, il salotto di Torino si è trasformato in un tappeto ininterrotto di oggetti d’ogni tipo – come la scena di un crimine senza esecutori. Bottiglie di birra, intere o a frammenti, di plastica o – troppe, davvero troppe – di vetro; panini; occhiali senza più lenti; sciarpe della Juve, magliette e cappellini; e scarpe, in quantità indefinita, di ogni taglia e colore.

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Tutto ricorda troppo da vicino le scene tipiche di un dopo-attentato, viste e riviste – per la maggior parte delle persone – in tv e sulle pagine dei giornali. Gli ingredienti del trauma collettivo, in effetti, ci sono tutti: il panico, le urla, la corsa disperata di chi riesce a sfuggire, il sangue, i feriti portati a braccia da soccorritori di mestiere o più spesso improvvisati. Tutti tranne l’elemento scatenante: la bomba. O il coltello, o l’auto, a seconda della declinazione perversa degli ultimi attentati. Non c’è stato nulla di tutto ciò, e se la testa lo indovina chiaramente dopo pochi istanti, il resto del corpo trema lo stesso per il terrore che ci sia stata, o possa arrivare, tra pochi minuti.

Il terrore, proprio lui. Eccola la parola-chiave della serata. Il terrore gratuito, a costo ed energia zero per i terroristi, auto-prodotto ed auto-alimentato, poco cambia se a seguito di un botto senza significato o dell’urlo insensato di qualche tifoso ormai arresosi al verdetto calcistico firmato CR7, di uno scherzo grottesco trasformatosi in tragedia. Nelle stanze polverose dei capi dell’Isis, qualche migliaio di chilometri più in là, qualcuno si sta fregando vigorosamente le mani. A Torino è andata in scena l’interpretazione da manuale del copione dell’attentato, nei singoli gesti e nelle drammatiche conseguenze – tranne per il fatto che di morti, si spera, non ce ne saranno. Senza che di attentato ci fosse neppure l’ombra.

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I terroristi non vinceranno mai e i nostri valori, il nostro Paese e il nostro modo di vivere prevarranno sempre” – proclamava fiera e commossa neppure due settimane fa Theresa May, all’indomani della terribile strage di Manchester. Le stesse parole che hanno pronunciato, ormai in una lunga serie, i leader di tutti i Paesi via via colpiti dal terrorismo, solitario o organizzato. Sono le parole che loro devono dire, e che tutti vogliamo sentire. Altri Primi Ministri le pronunceranno, ed altri editorialisti le scriveranno sui giornali con rinnovata passione. Ma da ieri sera, nella battaglia tra democrazia e terrore, tra libertà e violenza politica, la bilancia della vittoria pende un po’ di più dal lato di chi le società moderne le vuole disintegrare da dentro, destabilizzare fino alle estreme conseguenze.

Altri eventi sportivi saranno organizzati, all’aperto e in clima di festa, altri concerti e altre manifestazioni di piazza – magari con dei dispositivi d’ordine pubblico un tantino più sicuri (e ci vorrà ben poco). Ma da ieri sera – per lo meno per l’Italia – tocca saperlo, noi stiamo perdendo, e stanno vincendo loro: i terroristi, e tutti quelli che soffiano sul fuoco della paura – poco importa se per un macabro scherzo o un razionalissimo calcolo.

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