L’Europa s’è desta

Ho giurato di preservare lo Stato di diritto e non cederò alle pressioni. Se lo facessi, significherebbe piegare la testa di fronte all’illegalità e all’ingiustizia.

A.D. 2017. A parlare non è un eroico funzionario di qualche dittatura centroafricana, ma la presidentessa della Corte Suprema di un Paese da ormai quattordici anni solidamente europeo, la Polonia.

Da quando nell’ottobre 2015 al potere è ritornato il partito di destra “nostalgica” del PiS (Diritto e Giustizia), conquistando una solida maggioranza di governo dopo essersi già assicurato la presidenza della Repubblica, il Paese ha smesso di essere l’allievo-modello di Bruxelles e – come raccontavamo anche su questo blog giusto un anno fa – ha iniziato a destare serie preoccupazioni per la deriva anti-democratica.

Dopo mesi di appelli e richiami, però, nell’ultima settimana “operativa” dell’anno la Commissione europea ha finalmente preso il coraggio a due mani rifilando alla Polonia una lezione che difficilmente il governo di Varsavia (e non solo) potrà ignorare.

Ultimatum di guerra? Invio di carri armati? Espulsione dal consesso delle nazioni?

No, naturalmente: nulla di tutto ciò. Le armi della Commissione sono e restano spuntate, fatte più di pressione politica che di capacità d’influenza diretta. Ma la decisione presa dal duo Juncker-Timmermans (in foto) per reagire all’ultima delle leggi approvate da Varsavia per mettere il sistema giudiziario sotto il controllo di fatto del governo ha comunque un sapore storico.

Mai prima d’ora l’Unione era ricorsa all’articolo 7 del Trattato, quello che regola la procedura d’infrazione contro uno Stato membro per gravi violazioni dello stato di diritto. Attenzione, non si parla qui della regolare procedura d’infrazione per “peccati” di ordine finanziario come lo sforamento del rapporto deficit-Pil, meccanismo ampiamente utilizzato come ben noto alle nostre latitudini. Si tratta invece dell’iter di reazione europea alla violazione di principi fondamentali dell’ordine democratico di un Paese membro: quelli per proteggere i quali l’Unione stessa, in fondo, è nata e continua – pur senza entusiasmo – ad esistere.

La notizia ha del clamoroso se si pensa che neppure nel primo inverno del millennio, quando in Austria andò al governo un certo Jorg Haider nel cui partito militavano dirigenti e ministri apertamente nostalgici dell’era nazista, l’Ue dell’allora presidente della Commissione Prodi arrivò a tanto. Né, in tempi più recenti, l’articolo 7 è stato tirato fuori dal cappello (per la delusione di non pochi osservatori, sia detto per inciso) per sedare la deriva autoritaria dell’Ungheria di Viktor Orban.

Era ora, verrebbe da dire. Anche se il Consiglio europeo – come già messo in chiaro proprio da Orban in solidarietà con gli amici polacchi – non approverà la sospensione del diritto di voto di Varsavia in sede Ue prevista dalla procedura (servirebbe l’unanimità degli altri Paesi), il “pacco” di Natale recapitato da Bruxelles segna uno spartiacque. Tra un prima, in cui la Commissione redarguiva, ammoniva ma si asteneva dall’intervenire con tutti gli strumenti a disposizione, e un dopo, in cui il ricorso all’arma politica più pesante non è più tabù.

Inciderà la mossa europea sugli equilibri politici della Polonia? Non è affatto detto, o meglio non necessariamente nella direzione che i dirigenti dell’Unione auspicherebbero. È noto infatti che la conseguenza non voluta di un cartellino giallo tirato fuori con la faccia feroce da un’istituzione internazionale – sia l’Ue o l’Onu – contro un Paese sempre più ripiegato su se stesso può essere un ulteriore inasprimento della sfiducia dell’opinione pubblica verso i “poteri esterni”: una specie di mania collettiva di persecuzione. Solo il tempo potrà dire se invece, nel breve o nel medio termine, l’appoggio europeo aiuterà le forze democratiche di Varsavia a risalire la china.

A prescindere da ciò, il messaggio di fine anno della Commissione sembra rivolgersi a una platea ben più ampia di quella polacca. Contrariamente ad ogni più rosea previsione ipotizzata dodici mesi fa, alla chiusura di un 2016 nerissimo per i fautori della cooperazione sovranazionale, l’Europa, politicamente parlando, s’è desta. E così il 2017 che dopo i terremoti chiamati Brexit e Trump rischiava di scatenare l’Armageddon definitivo chiamato Marine Le Pen si chiude con due immagini tanto simboliche quanto gravide di risvolti reali: il sorriso trionfale di Emmanuel Macron, primo presidente della storia francese a presentarsi alla nazione sulle note europee dell’Inno alla Gioia, e quello sornione di Frans Timmermans, primo vicepresidente di Jean-Claude Juncker, intento a mettere in atto la missione a lui attribuita, assicurare il rispetto dei diritti fondamentali in tutta l’Unione.

I valori rappresentati da quella strana bandiera blu a stelle e strisce, insomma, potrebbero non essere passati affatto di moda. Ai suoi leader, nel 2018, non resta che un lieve compito aggiuntivo: spiegarlo a una manciata di Paesi al di là dell’ex cortina di ferro.

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