L’accerchiamento dell’Europa? Gli 883 avevano previsto tutto, 24 anni fa

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Chi l’avrebbe mai detto, che anche a noi europei sarebbe capitato – e dopo neppure così tanti anni di attesa – di vivere sulla nostra pelle la sindrome da accerchiamento? Si pensava, noi generazioni nate al calduccio del dopoguerra, che una tale, inspiegabile fobia potesse colpire soltanto Paesi “strani”, sotto sotto un po’ militaristi, come Russia o Israele. Non certo noi europei, che la guerra l’abbiamo ripudiata, espulsa dal continente, per sempre (?), e di Difesa non avremmo neppure più bisogno.

Brutto e difficile risvegliarsi dal sogno (meraviglioso ed estremamente convincente, ma tale) che nulla sia dato per scontato ed afferrato una volta per tutte, nella Storia: certamente non la stabilità politica, quanto mai minacciata, ma neppure la Pace tanto faticosamente costruita, nel medio termine. Nè le istituzioni che ci siamo dati.

Mai, prima d’ora, era stato così duro, esplicito e concentrico l’attacco alle istituzioni dell’Europa unita. Esplicito, sì, non da ieri. Duro, a tratti. Concentrico, davvero mai. Tanto che forse il modo migliore per spiegare la portata di tutto ciò è facendo ricorso al sottile filo conduttore della Musica con la M maiuscola. Quella degli 883.

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Benoit Hamon, all’improvviso la sinistra

Giorni e settimane di shock intenso e condiviso per i primi incredibili (nel senso letterale del termine, che proprio non si può credere siano veri) provvedimenti di Trump, che nessuno pensava sarebbe mai diventato Presidente ed invece lo è diventato, e poi nessuno pensava mai davvero avrebbe fatto ciò che diceva di voler fare, ed invece lo sta facendo davvero. Fiumi di righe, spalle e colonnine di ansia pura per il ritorno dei populismi, ma che diciamo, fa-sci-smi, che questa è la peggior destra di ritorno, l’éra dei nuovi nazionalismi, la morte ultima e definitiva della sinistra.

E poi, inaspettato come un pop-up di pubblicità di un gratta e vinci da un milione di dollari, una domenica sera come tante altre salta fuori che un certo Benoit Hamon, sconosciuto ai più fino a poche ore prima, è il nuovo, pimpante candidato del Partito Socialista alle prossime Presidenziali di Francia (23 aprile + 7 maggio prossimi venturi). E udite udite, è pure di sinistra, e parecchio. Vuoi vedere che tutte le previsioni su un mondo ormai destinato ad una nuova éra cupa di odi e chiusure, ed un’Europa presto preda delle forze nazionaliste (pardon, sovraniste), disgregatrici e xenofobe sono state un po’ troppo avventate?

L’idea, per il momento, è poco più che una suggestione – considerato che Hamon è dato al momento attorno al 15% nelle proiezioni di voto dei francesi, appena quarto dietro Le Pen, Fillon e Macron. Ma tutto potrebbe cambiare, in una campagna elettorale che è appena ai blocchi di partenza. E nel dubbio, comunque, può tornar utile sapere chi è che cosa dice e desidera il nuovo volto della sinistra francese.

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“La Germania cambi rotta o quest’Europa andrà in pezzi”. L’allarme (in esclusiva) di Maurizio Ferrera.

“Se non cambia qualcosa, nel modello di governance e nelle politiche dell’Unione, quest’Europa rischia seriamente di implodere“.

L’allarme non arriva da qualche arrembante leader euro-scettico, ma da uno dei più rispettati studiosi d’integrazione europea, con un occhio di riguardo per la sua dimensione sociale, Maurizio Ferrera.

Docente di scienza politica alla Statale di Milano, Ferrera è stato coinvolto in svariati gruppi di esperti per la Commissione Europea, oltre che per altre prestigiose istituzioni italiane e internazionali, ma ciò non gli impedisce di criticare lucidamente la deriva “econocratica” di Bruxelles. All’inizio di un anno cruciale per il futuro del continente, con delicate elezioni previste in Francia, Germania e (forse) Italia, si appresta ora a pubblicare i risultati dell’ultimo lavoro scientifico, una ricerca a tutto campo sulle percezioni dell’Ue da parte dei suoi cittadini che si fa forte della più articolata indagine d’opinione condotta negli ultimi anni.

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Italia, Francia, Spagna, Germania, Regno Unito, Svezia e Polonia sono i Paesi passati ai raggi X dal team di ricercatori di RescEu, coordinati da Alessandro Pellegata. E le sorprese non mancano.

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Pregasi passare alla cassa. Apple pagherà o no la maxi-multa della Commissione Europea?

Il 9 gennaio di dieci anni fa l’innovatore più acclamato dell’era contemporanea, Steve Jobs, lanciava l’oggetto che avrebbe ridefinito il modo di comunicare di questo primo scorcio di secolo: l’iPhone. Era un freddo mattino di inizio anno ed al Moscone Center di San Francisco non tutti i convitati sapevano esattamente che cosa sarebbe successo nel corso del keynote annunciato dal fondatore di Apple. Quando Jobs tirò fuori dal cilindro il telefonino di ultima generazione – senza tasti, lettere o numeri – quasi tutti compresero però che ci sarebbe stato un prima e un dopo quella presentazione.

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A dieci anni di distanza, Apple non è più la stessa, e forse proprio quella rivoluzionaria innovazione ha segnato il passaggio decisivo della società di Cupertino – nei fatti come nell’immagine – da outsider di tendenza per utenti col gusto del design a vero e proprio colosso dell’economia mondiale. A discapito di un fisiologico rallentamento nel fatturato e nelle vendite, il marchio della Mela è entrato stabilmente nel ranking delle dieci aziende più redditizie al mondo – con un patrimonio stimato attorno ai 215 miliardi di dollari. E nessuno, sul piano tecnologico, può fare nuove mosse senza prima “vedere le carte” degli eredi di Steve Jobs.

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La democrazia sospesa: il 2016 di terrore della Turchia

“Ieri mattina all’alba (martedì 27 dicembre, ndrİştar Gözaydın, la mia docente di riferimento in Turchia, è stata arrestata dalla polizia turca. Si suppone sia ora in un carcere di Izmir, ma non ci sono conferme al momento”. Chiara Maritato, 30 anni, ricercatrice all’Università di Torino ed esperta di Turchia è ancora sconvolta. La notizia le è giunta solo a tarda sera via Twitter, ed i contatti diretti sono pressochè impossibili.

Gözaydın, 57 anni, è una giurista turca di fama internazionale: per anni ha collaborato con l’Università di Londra, ha fondato la Helsinki Citizens Assembly, un’organizzazione per la promozione dei diritti umani, ed è opinionista e commentatrice per molti giornali. Sino a quest’estate dirigeva il dipartimento di Sociologia della Gediz University, uno degli atenei chiusi dal governo turco dopo il fallito colpo di Stato di metà luglio. Da settembre, era stata di fatto rimossa da ogni incarico. Ora l’arresto, preceduto da pochi giorni di fermo cautelare.

A pochi giorni dalla fine dell’anno più violento e tumultuoso da decenni per la Turchia, il Paese vive ancora in un clima di terrore e repressione, mentre continui attentati scuotono il territorio. L’ultimo in ordine di tempo ha colpito direttamente l’ambasciatore russo ad Ankara, in un assassinio politico avvolto ancora da molte ombre. Con i fari della stampa internazionale spentisi alla velocità della luce dopo il putsch fallito, che sta succedendo nel Paese cerniera per eccellenza tra Oriente e Occidente?

Attempted Military Coup In Turkey

 

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Il Natale da brividi di Varsavia: ora anche la Polonia preoccupa l’Ue

“Due mesi di tempo per rispondere alle ultime raccomandazioni della Commissione”: è questo l’ultimatum spedito da Frans Timmermans, vicepresidente dell’esecutivo europeo, al governo polacco. Scaduto questo termine, nessuna opzione è esclusa, tra quelle a disposizione dell’Ue, compresa la possibilità di revocare a Varsavia il diritto di voto all’interno del Consiglio, l’organo decisionale che rappresenta gli Stati membri.

Ma cos’è successo di tanto grave nel Paese sino a poco tempo fa considerato modello di transizione dall’epoca socialista da causare le ire dei solitamente “diplomatici” Commissari europei?

Protest in Sejm against new media regulations

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Berlino-Ankara, venti di guerra nel cuore d’Europa

Nel caso ce ne fosse stato bisogno, proprio sul finire del 2016, la cronaca torna prepotentemente a bussare alle porte d’Europa, ricordandoci quanto la guerra sia viva e presente – se non nel cuore del Vecchio Continente, a due passi da esso. Si chiude così (almeno si spera) uno degli anni più tetri e tumultuosi del nuovo secolo.

Non c’è legame esplicito, sia chiaro, tra quanto avvenuto nel giro di poche ore ad Ankara, con l’assassinio dell’ambasciatore russo in terra turca, e a Berlino, con l’assalto di un tir contro la folla radunata attorno ad un mercatino di Natale. La concomitanza temporale dei due eventi è probabilmente del tutto casuale.

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E tuttavia i due episodi s’incrociano nella mente e nella coscienza dell’opinione pubblica con la forza prorompente del più cupo degli avvertimenti: la violenza politica è tornata a definire il nostro orizzonte civile. Ne fa parte, diremmo quasi integrante. Che ci piaccia o no, siamo costretti a tornare ad accettarlo, e a misurarci con tale realtà.

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